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Editoria, il nostro Contromanifesto – risposta alla Generazione Trenta Quaranta

In editoria on febbraio 1, 2012 at 15:36

Sappiamo che, per gli standard di Internet, questo Manifesto è un po’ troppo lungo. Siamo certi, però, che se deciderete di dedicare qualche minuto del vostro tempo alla lettura di questo testo, non ne resterete delusi.

In un tempo in cui l’editoria, come qualsiasi altro settore dell’economia, ha subito un processo di modernizzazione che l’ha portata a confrontarsi con termini come “competitività” e “sviluppo”, non è più possibile continuare a dipingere la figura dell’editore come colui che deve operare per il bene collettivo, per l’educazione dei popoli, seguendo logiche che esulino dalle istanze poste dal mercato.
La prospettiva che vede chi investe nella cultura come un potenziale mecenate, e non come un imprenditore puro, non soltanto è illusoria e fuorviante, ma anche dannosa, perché darebbe vita ad un sistema chiuso in se stesso e mai trainato dai fruitori finali, i lettori. In questo modo, inoltre, si assimilerebbe la funzione delle case case editrici a quella delle associazioni culturali, che sopravvivono esclusivamente grazie ai contributi personali dei soci e non all’efficacia economica delle loro iniziative, con tutti i limiti in termini di professionalità che questo comporta.
Ipotizzare un sistema editoriale che non risponda prioritariamente alle dinamiche di mercato, ma alle scelte di chi lo finanzia, sancirebbe inoltre la sconfitta del pluralismo culturale. Se concepiamo l’editoria come un’impresa, e unicamente come un’impresa, allora emergerà chiinvestendo anche esigui capitali di partenza saprà ritagliarsi i propri spazi, altrimenti dovremmo rassegnarci all’idea che soltanto chi dispone di importanti somme da investire a fondo perduto, o chi utilizza il mercato editoriale con fini altri, possa continuare ad operare in questo settore.
Del resto, il concetto di bello oggettivo è tramontato da tempo, quindi cercare di fondare un’impresa sui “bei libri” scelti seguendo i criteri degli “illuminati” di turno, o peggio ancora dallo Stato, si rivelerebbe una prospettiva prima di reali sbocchi.
I lettori non possono essere considerati come ricettori passivi di proposte che provengono dall’alto, cittadini inconsapevoli da educare alla “buona lettura”, non soltanto perché questo non trova corrispondenza nella realtà, ma anche perché significherebbe svilire la ragione di fondo dell’intero processo editoriale: l’obiettivo dell’editore, infatti, non può che essere quello di essere “scelto” dai lettori, non certo quello di scegliere cosa i lettori debbano leggere.
Il libro non può e non deve essere considerato merce, ma nemmeno come un oggetto sacro che rifiuta la funzione del puro intrattenimento. Esiste la grande letteratura e la letteratura di intrattenimento, il libro è il contenitore che le veicola e il processo che porta alla sua realizzazione non può essere schiavo di settarismi culturali.
Non è l’editore che forma la coscienza dei cittadini, ma lo scrittore, che deve essere concepito come il vero fulcro dell’intero processo, non come lo strumento che esprime gli intendimenti di chi finanzia la sua pubblicazione.
Il più delle volte, la grande opera letteraria riesce a sovvertire le logiche del mercato, non le subisce, mina le fondamenta del capitalismo e del consumismo anche se a produrla è un’impresa che risponde alle esigenze di bilancio.
Soltanto all’interno di un mercato vasto e libero si possono formare nicchie editoriali solide, con prodotti alternativi a quelli di massa che riescano comunque a godere della necessaria diffusione.
L’unica forma di etica a cui deve rispondere l’editore, in quanto imprenditore, è il rispetto delle leggi, che da sole devono garantire la trasparenza dei processi editoriali. Organi supremi, che vigilano sul “buon operato” delle realtà del settore, servendosi di criteri soggettivi e soffocanti, otterrebbero il solo risultato di minare la libertà imprenditoriale. In questo caso siregistrerebbero soltanto minori investimenti, non investimenti migliori.
I lavoratori della conoscenza devono essere consapevoli di appartenere ad un settore strategico e delicato, che, per il bene dei fruitori finali, deve mantenere uno standard di eccellenza, per questo è necessaria una sana e spiccata competitività tra le figure
professionali che operano in questo ambito.
La pubblicazione è un diritto dell’editore, che lo esercita a suo insindacabile giudizio, così come è un diritto dell’autore sottoscrivere i contratti che reputa più vantaggiosi per la
diffusione della sua opera, nell’assoluto rispetto delle normative vigenti. È un diritto del lettore, infine, scegliere liberamente i libri che reputa più interessanti ed un’offerta maggiore può soltanto estendere, e non limitare, questa opportunità.
In un’epoca in cui le nuove tecnologie offrono soluzioni per la pubblicazione a costi davvero esigui, la promozione e la distribuzione dei titoli, e non la stampa degli stessi, devono essere
considerate come il fulcro dell’attività editoriale. Tutti, oggi, possono riuscire a stampare un libro, pur senza alcuna competenza specifica, ma soltanto chi ha acquisito la necessaria esperienza in un campo così complesso come quello editoriale saprà promuoverlo e distribuirlo a dovere.
Limitare le azioni promozionali significherebbe, di fatto, ridurre la diffusione delle opere.
Proprio l’importanza strategica che le fasi di distribuzione e vendita rivestono nell’economia dell’intero settore fa sì che i grandi gruppi tendano a creare, o ad accorpare, assetti che gestiscano queste attività, indebolendo di fatto la solidità dei marchi indipendenti, che si trovano ad essere distribuiti e venduti all’interno di circuiti gestiti da realtà concorrenti.
Naturalmente ciò accade in qualsiasi altro settore dell’economia, perché in un regime di libero mercato si rivelerebbe controproducente introdurre meccanismi che frenano la crescita delle singole attività; per questo sarebbe opportuno che fosse il mondo culturale, e non il legislatore applicando misure restrittive, a trovare al suo interno risorse che riescano a porre rimedio a questo inevitabile squilibrio.
Sarebbe sufficiente, per esempio, che gli scrittori italiani di maggio peso, sensibilizzati su questo tema, scegliessero di pubblicare le loro opere soltanto con le realtà di cui approvano le politiche economiche, o con quelle che non favoriscono le concentrazioni editoriali.
In questo questo modo, grazie al loro apporto, si rafforzerebbero i circuiti di distribuzione e di vendita alternativi, con il conseguente riequilibrio del settore.
Al contrario, se sono gli intellettuali stessi a scegliere di contribuire allo strapotere di alcuni gruppi editoriali, legando ad essi il proprio nome ed i propri successi letterari, perché attribuire
Infine, merita sicuramente attenzione il problema ecologico, ma non sarebbe molto più sensato risolverlo intensificando la produzione di libri digitali, piuttosto che puntando sull’utilizzo di carte riciclate ed inchiostri ecosostenibili, che inciderebbero sensibilmente sui costi di produzione, con il conseguente aumento dei prezzi dei libri?
Del resto, quella della pubblicazione in digitale, anziché in cartaceo, si rivelerebbe una soluzione che risolverebbe molti dei problemi finora sollevati: gli e-book non inquinano, possono essere diffusi anche senza l’accesso a circuiti di vendita complessi e abbatterebbero i costi di produzione. “Dal produttore al consumatore”, come si diceva un tempo, con buona pace delle concentrazioni editoriali, che si rivelerebbero così del tutto inefficaci.
Se proprio dobbiamo sognare ad occhi aperti, in fondo, perché non farlo con lo sguardo rivolto verso il futuro?

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