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Consigli per una raccomandazione… ops una pubblicazione di successo!

In editoria on marzo 15, 2012 at 09:18


Riportiamo un “illuminante” articolo di Massimiliano Parente, uscito tempo fa su Il Giornale, che affronta, con ironia ed intelligenza, il tema delle raccomandazioni nel mondo editoriale italiano. Chi ha orecchie per intendere…

Vi raccomando queste raccomandazioni

Per farsi pubblicare un libro è indispensabile saper coltivare le relazioni giuste con le persone giuste.
Uno scrittore ve ne fornisce l’elenco aggiornato: dalla Lipperini alla Sgarbi e da Mieli a Lagioia

Volete pubblicare un romanzo? Per favore non ivolgetevi a me, non ne posso più. Certo, con gli anni ho imparato a difendermi, e gli aspiranti li mando tutti da chi detesto, usandoli come un’invasione di cavallette: «Vai da Scurati, a mio nome, ti aiuterà sicuramente».
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Ma oggi, in esclusiva per il Giornale, vorrei rendere un servizio pubblico a me stesso svelandovi da chi dovete farvi raccomandare o meno per trovare un editore.
Se volete pubblicare con Einaudi Stile Libero, si sa, ci sono Severino Cesari e Paolo Repetti. Tuttavia, se frequentate il demi-monde letterario, in giro vedrete sempre Repetti, con la barba, mai Cesari, perennemente malato e chiuso in casa a lavorare (per questo è malato), l’importante è non commettere l’errore di agganciare Repetti di persona, vi mangerà vivi. Cercate di procurarvi piuttosto una bella raccomandazione di Paolo Mauri o Antonio Gnoli di Repubblica. In alternativa provate con Loredana Lipperini, mentre se conoscete Eugenio Scalfari potrete ambire direttamente ai Supercoralli. In generale, se avete la tessera di un partito, meglio la tessera del Pd che quella del Pdl, meglio ancora se siete pugliesi e vendoliani. Un segreto: esiste anche un certo Luca Briasco, che fa non so cosa in Senato e lavora per Repetti, aspettatelo fuori dal Senato con il vostro manoscritto e metteteglielo in mano.
Se volete pubblicare per Adelphi fate prima a suicidarvi: se valete qualcosa i calassiani amano le scoperte postume, se non valete niente meglio per tutti, uno in meno. Se puntate alla Rizzoli e siete giovani e carine andate dritte da Michele Rossi, che talvolta, forse per sbaglio, manda mms erotici alla mia fidanzata, quindi andateci solo se il vostro cognome non inizia con la A perché in quella zona deve esserci molto traffico non solo telefonico. Se siete spregiudicati chiamate Rossi e spacciatevi per amici di Mieli, Mieli Paolo, attenzione, non Mario. In alternativa potete tentare alla Bompiani sequestrando Elisabetta Sgarbi e chiedendo un riscatto a Mieli. L’unico rischio è che Mieli ve la lasci e lei vi assuma come cameraman. Non vi passi in mente di rapire Antonio Franchini, della Mondadori: non solo è molto intelligente e colto ma è anche cintura nera di judo e jujutsu.
Se volete giocare la carte delle parentele sappiate che sono influenti solo quelle dei bestselleristi: Camilleri è riuscito a far pubblicare il genero Francesco De Filippo, Carofiglio ha infilato il fratello Francesco e la madre Enza Buono a Marsilio e Nottetempo, Christian Raimo raccomandava Veronica Raimo e ora pare sia il contrario. Quanto ai critici lasciateli perdere, un giro di telefonate tra gli addetti ai lavori mi conferma che «tutto ciò che arriva da La Porta, Trevi e Pedullà junior sono sempre fregature e favori, così come non funzionano le aspiranti scrittrici raccomandate da Baricco e Pascale e i giovanotti di Antonio Veneziani».
Se siete aspiranti scrittori omosessuali andate da Fabio Croce, il quale prima o poi gli omosessuali li pubblica tutti, e giocatevi appunto il nome di Mario Mieli tra i morti e Antonio Veneziani tra i vivi, stavolta stando attenti a non sbagliarvi con Mieli Paolo e Veneziani Marcello, altrimenti sono cazzi. Se avete più di cinquant’anni millantate un’amicizia intima con Dario Bellezza, se più di sessanta anche con Pasolini (da chiamare rigorosamente Pierpaolo), tanto Bellezza e PPP ne frequentavano così tanti che potete esserci anche voi.
Se siete eterosessuali non andate da Pietro D’Amore, in Via Isonzo, e tenete vostra moglie, se giovane e bella, alla larga da Vivalibri, noto luogo di relazioni pericolose oltre ai paraggi di Baricco e Pascale. Consigliato farsi raccomandare da Fulvio Abbate presso Emanuele Bevilacqua, della Cooper. Se non avete grandi ambizioni andate da Alberto Gaffi Editore in Roma in una delle sue sedi ex sedi della Democrazia Cristiana con tanto di bassorilievo di Aldo Moro di fronte a cui inginocchiarsi. Per avere udienza buttate lì il nome di un qualsiasi politico italiano degli ultimi cinquant’anni, va bene anche Picone in una frase con tante supercazzole e scappellamenti a destra.
Se avete scritto un libro rivoluzionario degli anni Settanta fuori tempo massimo andate a Derive&Approdi, un nome una garanzia e anche una coppia di fatto: Sergio Bianchi e Ilaria Bussoni. Lì potrebbe contare una telefonatina del compagno Cesare Battisti, o di uno degli autori che assomigliano a noiosi padri di famiglia ma che, in passato e en passant, come hobby, hanno partecipato al sequestro Moro. Se non sapete riconoscere Moretti da Morucci o nessuno dei due, accontentatevi di una raccomandazione di Franco «Bifo» Berardi o Nanni Balestrini o Edoardo Sanguineti, anche se uno dei tre mi pare sia morto e non ricordo mai quale.
Se siete un ingegnere e avete un titolo che terrorizzerebbe perfino Gaffi in Roma, tipo «Breve storia dell’abuso edilizio in Italia», mettetevi in giacca e cravatta e andate da Donzelli Editore, lì più che i titoli e le raccomandazioni fanno colpo tutti i titoli personali, avvocato, dottore, professore, credo vadano bene anche quelli nobiliari, per questo hanno in catalogo molti libri su Totò, mica perché era Totò.
Se invece siete dei musicofili arrabbiati e volete denunciare i loschi retroscena della Rca, o siete degli ex direttori del Tg1 degli anni Novanta e volete denunciare i loschi retroscena del Tg1 di oggi (tanto non ci siete più, appunto), o siete Don Backy e volete denunciare i loschi retroscena di Celentano, se insomma volete denunciare qualcuno di cui a nessuno frega più nulla, andate senza raccomandazioni da Francesco Coniglio ma sappiate che è più facile avere un appuntamento con Silvio Berlusconi che vedere Coniglio.
Coniglio è un’entità astratta, Coniglio è Dio, non esiste. Invece, una dritta: lo trovate a intervalli regolari a mangiare un gelato al bar dei due fratelli in Piazza Regina Margherita, se non lo riconoscete chiedete a uno dei due fratelli, non importa quale, tanto sono gemelli.
Se siete Proust o Joyce o comunque scrittori veri non valicate la soglia della Fazi Editore, in Via Isonzo, né della Newton Compton, in via Panama: sono negozi di bassa macelleria mascherati da boutique. Elido Fazi, da poco sposato con la sua editor Alice Di Stefano, vi spiegherà che lui ha scoperto degli irlandesi che se ne fottono di Joyce, e vi mostrerà i tabulati di vendita per dimostrarvi chi ha ragione tra lui e Joyce. Stessa minestra alla Newton Compton, dove Raffaello Avanzini vi spiegherà che Proust e Joyce non contano niente: «Ma che so’ letteratura quelli? Li conoscete in quattro, la letteratura è quella che vende, te faccio vede’» e anche lui vi sventolerà i fatturati, elogiandovi Vito Bruschini o Massimo Lugli, e se non li conoscete cazzi vostri, avete studiato troppo. Se comunque volete tentare lo stesso andate dall’editor Giusi Sorvillo stavolta a mio nome e sul vostro romanzo allegate un mio giudizio negativo apocrifo (esempio «non è letteratura ma paccottiglia commerciale, sembra Lisa Jane Smith»): vi prenderanno subito.
Infine se siete ombelicali e sociologici e vivete alla Garbatella ma siete peace and love e preoccupati per il global warming e iniziate ogni discorso con «la mia generazione» potete sperare nei boy scout della minimum fax. Lì, a Ponte Milvio, c’è la fortunata coppia Marco Cassini e Daniele De Gennaro. L’entratura buona è direttamente Nicola Lagioia, direttore editoriale della collana Nichel. Se non volete faticare troppo, imparate a memoria almeno questo passaggio dell’ultimo intervento di Lagioia per Il Sole 24ore, e non cadete nella trappola di dire che David Foster Wallace o Bolaño sono grandi scrittori, alla minimum fax i grandi diventano sempre più piccoli e i piccoli sempre più grandi, e quindi «venendo agli anni Zero, gli allibratori ultimamente scommettono molto su David Foster Wallace e Bolaño quali prossimi candidati al processo di canonizzazione. È probabile che entrambi passino la prova del tempo. E tuttavia, a distanza di qualche lustro dall’uscita delle loro opere più note, il giudizio su di esse ha già subìto le prime modifiche. Se negli anni Novanta sembrava che il mondo dovesse essere salvato dal furore analitico – bianco, protestante, anglosassone – di Foster Wallace, dopo la crisi creativa a stelle e strisce il sol dell’avvenire sembra ora sorgere a sud di Bolaño». Non significa nulla, il pensiero di Lagioia, ma ci sono tutte le parole chiave per essere accettati nel club di Cassini: salvare il mondo, crisi a stelle e strisce, il sud, il giudizio su di esse, il sol dell’avvenire. Auguri e figli sterili.

Fonte: Il Giornale

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Cari Guccini, Scalfari, Saviano, Camilleri, Augias: ma perché pubblicate con Mondadori?

In editoria on febbraio 5, 2012 at 14:16

Da sempre gli intellettuali italiani si lamentano per le concentrazioni editoriali che paralizzano il mercato dei libri in Italia. In effetti, per le nuove realtà è difficile emergere se i grandi gruppi del settore non si limitano a pubblicare libri, ma si occupano anche di distribuirli tramite i loro canali, di venderli nei circuiti di librerie da loro gestiti e di promuoverli nei giornali di loro proprietà.

Gli editori indipendenti, troppo spesso, si trovano a dover essere distribuiti e promossi da realtà strettamente collegate ai loro principali competitor, e questo aspetto mina le fondamenta del pluralismo culturale.

Tuttavia, non crediamo che un problema così radicato e complesso possa essere risolto applicando delle norme restrittive in termini di concorrenza, come vorrebbe qualcuno, perché questa soluzione otterrebbe il solo risultato di paralizzare il mercato, e a rimetterci sarebbero,  come al solito, i lettori.

Allora non c’è soluzione? Noi crediamo di sì, e vi spieghiamo come.

A nostro avviso, dovrebbe essere il mondo culturale italiano a trovare al suo interno risorse e idee che riescano a porre rimedio a questo inevitabile squilibrio.

Come? Sarebbe sufficiente che gli scrittori italiani di maggior peso, sensibilizzati su questo tema, scegliessero di pubblicare le loro opere soltanto con realtà di cui approvano le politiche economiche, o con quelle che non favoriscono le concentrazioni editoriali.

In questo modo, grazie al loro apporto, si rafforzerebbero i circuiti di distribuzione e di vendita alternativi, con il conseguente riequilibrio del settore.

Al contrario, se sono gli intellettuali stessi a scegliere di contribuire allo strapotere di alcuni gruppi editoriali, legando ad essi il proprio nome ed i propri successi letterari, perché prendersela con il mercato?

Cari Guccini, Scalfari, Saviano, Camilleri, Augias (e chi più ne ha, più ne metta) voi che siete da sempre sensibili alla causa del pluralismo culturale, perché non decidete, d’ora in poi, di pubblicare le vostre opere soltanto con marchi indipendenti? I vostri futuri best-seller farebbero di più di mille parole.

Editoria, il nostro Contromanifesto – risposta alla Generazione Trenta Quaranta

In editoria on febbraio 1, 2012 at 15:36

Sappiamo che, per gli standard di Internet, questo Manifesto è un po’ troppo lungo. Siamo certi, però, che se deciderete di dedicare qualche minuto del vostro tempo alla lettura di questo testo, non ne resterete delusi.

In un tempo in cui l’editoria, come qualsiasi altro settore dell’economia, ha subito un processo di modernizzazione che l’ha portata a confrontarsi con termini come “competitività” e “sviluppo”, non è più possibile continuare a dipingere la figura dell’editore come colui che deve operare per il bene collettivo, per l’educazione dei popoli, seguendo logiche che esulino dalle istanze poste dal mercato.
La prospettiva che vede chi investe nella cultura come un potenziale mecenate, e non come un imprenditore puro, non soltanto è illusoria e fuorviante, ma anche dannosa, perché darebbe vita ad un sistema chiuso in se stesso e mai trainato dai fruitori finali, i lettori. In questo modo, inoltre, si assimilerebbe la funzione delle case case editrici a quella delle associazioni culturali, che sopravvivono esclusivamente grazie ai contributi personali dei soci e non all’efficacia economica delle loro iniziative, con tutti i limiti in termini di professionalità che questo comporta.
Ipotizzare un sistema editoriale che non risponda prioritariamente alle dinamiche di mercato, ma alle scelte di chi lo finanzia, sancirebbe inoltre la sconfitta del pluralismo culturale. Se concepiamo l’editoria come un’impresa, e unicamente come un’impresa, allora emergerà chiinvestendo anche esigui capitali di partenza saprà ritagliarsi i propri spazi, altrimenti dovremmo rassegnarci all’idea che soltanto chi dispone di importanti somme da investire a fondo perduto, o chi utilizza il mercato editoriale con fini altri, possa continuare ad operare in questo settore.
Del resto, il concetto di bello oggettivo è tramontato da tempo, quindi cercare di fondare un’impresa sui “bei libri” scelti seguendo i criteri degli “illuminati” di turno, o peggio ancora dallo Stato, si rivelerebbe una prospettiva prima di reali sbocchi.
I lettori non possono essere considerati come ricettori passivi di proposte che provengono dall’alto, cittadini inconsapevoli da educare alla “buona lettura”, non soltanto perché questo non trova corrispondenza nella realtà, ma anche perché significherebbe svilire la ragione di fondo dell’intero processo editoriale: l’obiettivo dell’editore, infatti, non può che essere quello di essere “scelto” dai lettori, non certo quello di scegliere cosa i lettori debbano leggere.
Il libro non può e non deve essere considerato merce, ma nemmeno come un oggetto sacro che rifiuta la funzione del puro intrattenimento. Esiste la grande letteratura e la letteratura di intrattenimento, il libro è il contenitore che le veicola e il processo che porta alla sua realizzazione non può essere schiavo di settarismi culturali.
Non è l’editore che forma la coscienza dei cittadini, ma lo scrittore, che deve essere concepito come il vero fulcro dell’intero processo, non come lo strumento che esprime gli intendimenti di chi finanzia la sua pubblicazione.
Il più delle volte, la grande opera letteraria riesce a sovvertire le logiche del mercato, non le subisce, mina le fondamenta del capitalismo e del consumismo anche se a produrla è un’impresa che risponde alle esigenze di bilancio.
Soltanto all’interno di un mercato vasto e libero si possono formare nicchie editoriali solide, con prodotti alternativi a quelli di massa che riescano comunque a godere della necessaria diffusione.
L’unica forma di etica a cui deve rispondere l’editore, in quanto imprenditore, è il rispetto delle leggi, che da sole devono garantire la trasparenza dei processi editoriali. Organi supremi, che vigilano sul “buon operato” delle realtà del settore, servendosi di criteri soggettivi e soffocanti, otterrebbero il solo risultato di minare la libertà imprenditoriale. In questo caso siregistrerebbero soltanto minori investimenti, non investimenti migliori.
I lavoratori della conoscenza devono essere consapevoli di appartenere ad un settore strategico e delicato, che, per il bene dei fruitori finali, deve mantenere uno standard di eccellenza, per questo è necessaria una sana e spiccata competitività tra le figure
professionali che operano in questo ambito.
La pubblicazione è un diritto dell’editore, che lo esercita a suo insindacabile giudizio, così come è un diritto dell’autore sottoscrivere i contratti che reputa più vantaggiosi per la
diffusione della sua opera, nell’assoluto rispetto delle normative vigenti. È un diritto del lettore, infine, scegliere liberamente i libri che reputa più interessanti ed un’offerta maggiore può soltanto estendere, e non limitare, questa opportunità.
In un’epoca in cui le nuove tecnologie offrono soluzioni per la pubblicazione a costi davvero esigui, la promozione e la distribuzione dei titoli, e non la stampa degli stessi, devono essere
considerate come il fulcro dell’attività editoriale. Tutti, oggi, possono riuscire a stampare un libro, pur senza alcuna competenza specifica, ma soltanto chi ha acquisito la necessaria esperienza in un campo così complesso come quello editoriale saprà promuoverlo e distribuirlo a dovere.
Limitare le azioni promozionali significherebbe, di fatto, ridurre la diffusione delle opere.
Proprio l’importanza strategica che le fasi di distribuzione e vendita rivestono nell’economia dell’intero settore fa sì che i grandi gruppi tendano a creare, o ad accorpare, assetti che gestiscano queste attività, indebolendo di fatto la solidità dei marchi indipendenti, che si trovano ad essere distribuiti e venduti all’interno di circuiti gestiti da realtà concorrenti.
Naturalmente ciò accade in qualsiasi altro settore dell’economia, perché in un regime di libero mercato si rivelerebbe controproducente introdurre meccanismi che frenano la crescita delle singole attività; per questo sarebbe opportuno che fosse il mondo culturale, e non il legislatore applicando misure restrittive, a trovare al suo interno risorse che riescano a porre rimedio a questo inevitabile squilibrio.
Sarebbe sufficiente, per esempio, che gli scrittori italiani di maggio peso, sensibilizzati su questo tema, scegliessero di pubblicare le loro opere soltanto con le realtà di cui approvano le politiche economiche, o con quelle che non favoriscono le concentrazioni editoriali.
In questo questo modo, grazie al loro apporto, si rafforzerebbero i circuiti di distribuzione e di vendita alternativi, con il conseguente riequilibrio del settore.
Al contrario, se sono gli intellettuali stessi a scegliere di contribuire allo strapotere di alcuni gruppi editoriali, legando ad essi il proprio nome ed i propri successi letterari, perché attribuire
Infine, merita sicuramente attenzione il problema ecologico, ma non sarebbe molto più sensato risolverlo intensificando la produzione di libri digitali, piuttosto che puntando sull’utilizzo di carte riciclate ed inchiostri ecosostenibili, che inciderebbero sensibilmente sui costi di produzione, con il conseguente aumento dei prezzi dei libri?
Del resto, quella della pubblicazione in digitale, anziché in cartaceo, si rivelerebbe una soluzione che risolverebbe molti dei problemi finora sollevati: gli e-book non inquinano, possono essere diffusi anche senza l’accesso a circuiti di vendita complessi e abbatterebbero i costi di produzione. “Dal produttore al consumatore”, come si diceva un tempo, con buona pace delle concentrazioni editoriali, che si rivelerebbero così del tutto inefficaci.
Se proprio dobbiamo sognare ad occhi aperti, in fondo, perché non farlo con lo sguardo rivolto verso il futuro?